mercoledì 26 settembre 2012

Va dove ti porta la pancia...


Il corpo lo sa.
La pancia, lo stomaco sentono le cose prima che tu te ne accorga, prima che il tuo cervello se ne accorga.
Me ne sto seduta davanti allo schermo del pc ascoltando musica chillout, con le budella che si contorcono, i crampi e la sensazione che tra un minuto un enorme geyser esploda dentro il mio ventre e fuoriesca dall’ombelico con tutta la sua irruenza.
Per quanto il tuo cervello abbia imposto l’assoluto controllo a tutti gli organi, ai muscoli, alle ossa, arriva un momento in cui la suprema scatola non ha più alcun potere su di loro.
Questi infami finiscono col ribellarsi e la ribellione è tanto più violenta quanto più rigido è stato il controllo che hai esercitato su ogni singolo centimetro del tuo corpo.

E’ da un mese che vorrei piangere. Vorrei urlare e sfogarmi e invece faccio un bel respiro e impongo a me stessa la più ferrea autodisciplina.
Il viso è segnato da qualche piccolo sfogo che non se ne vuole andare. Quei piccoli segnetti che mi ricordano che è solo questione di tempo.

Ho dovuto fare la mia scelta, capire che cosa voglio dal mio futuro.
Nessuno può immaginare quanto - in questi ultimi 30 giorni - ho desiderato avere una persona alla quale delegare ogni mia scelta, qualcuno da incolpare se le cose andranno male e se mi pentirò della decisione presa.
Una persona molto saggia e a me vicina mi ha sempre detto che “la vita è semplice, siamo noi che ce la complichiamo”.
Non ho mai dubitato un solo secondo di questa massima eppure, riflettendoci un po’ su, ho pensato a quanti attimi di felicità ho perso complicando le cose più del dovuto o arrovellandomi in ragionamenti al limite della paranoia.

La vita è semplice. Punto.
Se la vita è semplice, allora anche le decisioni che la riguardano lo sono. Ari-punto.
Basta prendersi per il deretano: ognuno di noi sa cosa farà sin dall’inizio, sa perfettamente quale sarà la sua scelta.
Eppure, io per prima, me ne sono stata un mese in ostinata tensione, facendomi prendere da mille dubbi e timori, quando quella bastarda della mia pancia sapeva già tutte le risposte.

La sentenza è questa: voglio puntare a essere la migliore segretaria/coordinatrice che posso essere.
Non me ne frega “‘na beata minchia” (cit. Cetto La Qualunque) se devo barcamenarmi tra rinnovi di contratto, concorsi, cococo (glugluglu e il pulcino pio), perché tutte queste difficoltà non fanno altro che aumentare la consapevolezza che amo il mio lavoro.
Soprattutto mi rendono ancora più agguerrita perché ognuno ha il diritto di fare il mestiere che ama e per il quale ha studiato, senza cedere a compromessi di tipo alcuno.
Echissenefregadiquellochediconoglialtri!

Se la vita che vissuto negli ultimi 30 giorni è complicata, è stata una mia scelta. Ho permesso agli eventi di creare una sorta di effetto domino che ha finito con l’intrappolarmi e rendermi triste, nonché di farmi riempire svariate volte la borsa dell’acqua calda stasera per cercare un po’ di sollievo.
Ho promesso a me stessa di semplificarmi l’esistenza. E adesso lo prometto anche pubblicamente, così non avrò più scuse (e ‘mo so c@**i!).

Altrettanto pubblicamente, ringrazio la mia fidata ma soprattutto incosciente pancia che in questo momento mi sta facendo contorcere dal dolore ma che domani mattina, lo so, mi permetterà di svegliarmi con la coscienza a posto.



Ps. Se tra qualche giorno dovessi lamentarmi del mio lavoro, vi prego: ricordatemi che la vita è semplice e che posso – in qualsiasi momento – intraprendere uno dei mestieri che ho sempre sognato di fare prima di morire (la rock star, la ballerina di tip tap, l’ereditiera, l’addestratrice di cani ecc).



martedì 18 settembre 2012

GIOVEDI' GNOCCHI: l'amicizia è una cosa meravigliosa!


Venerdì scorso ho accettato l’invito della mia amica Frankie per un aperitivo in centro.

Era da una vita e mezzo che non mi facevo una bella serata in centro, in uno di quei locali che mettono musica lounge e dove i cocktail alla frutta con il loro profumo e sapore ti fanno sentire come se ti trovassi in un’isoletta del Pacifico.
E poi, come facevo a dirle di no quando mi ha scritto “Visto che siamo tutte e due tristi e abbacchiate, perché non ci facciamo carine e ce ne andiamo a bere qualcosa in centro?”
La dovevamo a noi stesse questa serata tra donzelle!

La nostra uscita mi ha fatto riflettere sull’amicizia e a come io la concepisco.
Per molto tempo posso dire di essermi circondata di una serie di conoscenti piuttosto che di amici.
Ero legata a queste persone solo perché “ci conoscevamo dalle elementari”, ma in realtà non credo ci fosse un legame così solido da poter andare avanti nel tempo.
Infatti, mentre i centimetri di altezza aumentavano, aumentavano anche le nostre diversità nell’approcciarci al mondo, i nostri valori e sogni (e una serie di incomprensioni mai risolte ci hanno fatto allontanare definitivamente).

Solo di recente ho capito che cos’è per me un Amico e che cosa posso offrire io per essere una buona amica.
Sono sempre stata convinta che l’Amicizia non sia un rapporto fondato sul “dare-avere” ma che sia piuttosto basata sull’offrire.
Non è che se io ti faccio un favore, tu poi me ne devi fare un altro. Io non ho mai voluto avere né debiti né crediti nei confronti delle persone e non voglio neppure che qualcuno si senta in debito o a credito con me perché ho fatto/non ho fatto qualcosa.
Se sono tua amica, ti offro me stessa, il mio tempo, le mie capacità, il mio supporto, il mio affetto e la mia onestà nella misura esatta in cui te ne posso offrire.
Ed è esattamente questo che cerco nei miei amici: persone che mi offrano ciò che mi possono dare e non ciò che voglio perché “è questo che fanno gli amici”.
Detesto la parola di conforto detta per pietà o il gesto fatto per senso del dovere: se una cosa la vuoi fare, la fai sennò amen! Così come apprezzo colui/colei che mi apre gli occhi dandomi della cretina quando me lo merito (magari per 5 minuti mi girano le balls e penso “ma chi ti credi di essere?? ”, ma poi la mia gratitudine ha il sopravvento).

Con Frankie ci siamo ripromesse che per uscire dal nostro stato di stress e tristezza (entrambe abbiamo i nostri validi motivi per sentirci così), oltre a motivarci nello studio ritrovandoci un paio di volte alla settimana per scambiarci appunti e riassunti, istituiremo la serata del GIOVEDI’ GNOCCHI, ovvero una serata nella quale ci noleggeremo un film discutibile con un protagonista maschile indiscutibilmente figo.
E’ proprio in questo modo che ci prenderemo cura una dell’altra: impegnandoci per una sera a settimana ad aiutarci a tenere lontani i pensieri negativi e a ripristinare un po’ di leggerezza nella nostra vita.


Giovedì si avvicina e io un’idea per il primo film ce l’avrei già… J

martedì 11 settembre 2012

Nessuna vergogna!


Il mondo – a mio parere – si divide in 3 categorie:
  •       I Verticali – ovvero - quelli che cadono sempre in piedi;
  •        i Senza Vergogna;
  •    i Comuni Mortali.


I Verticali (Quelli che Cadono sempre in Piedi) sono i Chuck Norris del Karma: non li freghi, loro avranno sempre la meglio su tutto. Sono perfetti ed è come se fossero circondati da un’aura mistica.
Sono pochi coloro che possono vantarsi di appartenere a questa categoria.
Davanti a loro, una come me ha la stessa faccia del ragionier Fantozzi davanti al Megadirettore.

Anche se certi giorni mi sembra il contrario, sono convinta che la terza categoria sia quella più numerosa.
Per intenderci, i Comuni Mortali sono (in ordine sparso):
  •        quelli che dopo appena 5 secondi si sono già dimenticati il nome di qualcuno (in generale potrei affermare che più è importante per loro ricordarlo, più velocemente se lo saranno dimenticato);
  •       quelli che indossano i calzini spaiati almeno una volta alla settimana;
  •        quelli che hanno un tale bisogno di affetto da dover abbracciare frequentemente un palo, un lampione, una portafinestra, una porta scorrevole ma anche il triste e solo asfalto dei marciapiedi e delle strade;
  •       quelli che hanno uno scarso senso dell’equilibrio;
  •       quelli che il filtro bocca/cervello non ha passato la revisione da almeno 15 anni;
  •      quelli che mentre si lamentano/sparlano/insultano qualcuno, non si accorgono che quel qualcuno è a due metri esatti da loro (e non ha problemi di udito).


I Senza Vergogna sono quelli che, come si dice dalle mie parti, “vanno a culo col mondo”.
Sono quelle persone che vivono in un profondo stato di serenità interiore.
Sono fatalisti: se una cosa deve andare fatta bene, andrà bene. Altrimenti, amen!
Hanno l’incredibile capacità di ridere delle sfortune e di “farsene una ragione”.

Questa mattina sono salita sul solito autobus delle 7.00.
Chi si sveglia all’alba per prendere un mezzo pubblico ha un misto di tristezza/sonnolenza/incazzatura stampato in faccia e raramente sprizza simpatia e vitalità da tutti i pori (in questo caso vi trovate al cospetto di un Verticale).
L’autobus procede lento per il suo percorso quando una signora con addosso dei pantaloni molto rosa (ricordo questo particolare perché prima delle 9.00 i colori sgargianti mi abbagliano) si alza in piedi per avvicinarsi all’obliteratrice.
Il conducente frena bruscamente e la signora dai pantaloni molto rosa improvvisa una serie bracciate stile libero in aria che temevo l’avrebbero condotta dritta dritta sul parabrezza.
Ora, qualsiasi persona al suo posto si sarebbe tinta in faccia dello stesso colore dei suoi pantaloni maledicendo magari l’autista, ma lei no.
Ritrovato l’equilibrio le si è stampato in faccia un sorriso contagioso che sembrava dire “ma guarda che simpatica canaglia che sono! Stavo per schiantarmi contro un vetro dell’autobus…e allora? Chissenefrega! La cosa è esilarante e io ci rido su!” e mezzo autobus ha sorriso con lei, anziché ridere di lei.

Questa donna si è guadagnata la mia stima in pochi secondi: mi ha fatto capire che spesso sono le mie paranoie, il terrore di essere guardata e giudicata a farmi vivere male.
Ma soprattutto, la simpatica signora dai pantaloni molto rosa mi ha ricordato che nessuno – e sottolineo nessuno – è immune alla legge di gravità.
Pertanto è molto probabile che ognuno di noi finisca col sedere per terra svariate volte nel corso della sua vita e la differenza tra una caduta e l’altra non dipenderà da quanto perpendicolari saremo al suolo in quel momento, ma da quanto saremo in grado di ridere del nostro scivolone.

martedì 4 settembre 2012

La doccia fredda


Devo decidere. Ho ancora una decina di giorni per capire che fare della mia vita.
Lavoro precario (ma molto gratificante) o lavoro stabile (ma frustrante e contropperesponsabilitàperquellocheguadagnerei)?

Capita poi di ritrovarsi in conversazioni al limite del surreale mentre tu ti stai logorando per compiere la scelta giusta.
IO: “Non so cosa fare…che faresti tu al mio posto?”
LUI: “Seguirei le mi inclinazioni…faresti una cosa che ti schifa per tutta la vita?”
IO: “Se servisse ad essere felice sì…se è utile a NOI sì…”
LUI: “Riusciresti ad essere felice facendo una cosa che ti schifa?”
(Echeccazzo, sei diventato uno psicologo adesso??)
IO: “Probabilmente no ma me la farei andare bene…so adattarmi io!”
LUI: “Io credo che uno debba impegnarsi per riuscire a fare ciò che gli piace…a dicembre ti scade il contratto? Ti vogliono rinnovare di un altro anno, giusto? Perché non provi a rimanere nel tuo ufficio a vedere quello che succede…sarebbero degli idioti a lasciarti andare via!”
IO: “E se poi non mi rinnovano? Che faccio se non mi rinnovano? Sono donna, ho quasi trentanni, ho il ragazzo…per uno delle risorse umane ho scritto in fronte: ATTENZIONE, PERICOLO! NON ASSUMERE!”
LUI: “Sì, ma se la gente continua a dargliela vinta a questi qua le cose non cambieranno mai! Il punto comunque è un altro: cosa vuoi fare nella tua vita?”
(Merda, merda, merda!!)
IO: “Continuare a fare il mio lavoro, crescere nel mio settore…questa è una bella prospettiva per me. Però penso anche che voglio comprare casa…con te intendo…tu non vorresti che andassimo a vivere insieme?
LUI: “Sì, ma c’è tempo…io devo ancora fare un po’ di cose prima di andare a convivere.”
IO: “Cioè?”
LUI: “…devo comprarmi la moto nuova! Diamoci almeno cinque anni di tempo!”
(Nota: sto ancora cercando di raccattare la mia mandibola, caduta in qualche buco nero sotto il letto)

Ed ecco che mentre tu sei pronta a lasciare il nido familiare e lanciarti nel vuoto per provare l’ebbrezza di accollarti un mutuo trentennale, lui vuole comprasi la moto e ti chiede di pazientare cinque anni…
E allora ti chiedi: perché cavolo devo rinunciare alla mia realizzazione lavorativa (seppur costellata da mille ostacoli)? Perché devo scegliere adesso se lui invece si dà tempo? Perché la mia serenità deve valere meno di una cacchio di moto?
Mi immagino a 33 anni con gli scatoloni già fatti, mentre aspetto di andare a scegliere il divano Ikea e lui che mi dice: “Scusa, che aspetteresti un altro paio di mesi che voglio comprarmi la pleistessscion?”
Forse avrei dovuto mettere in conto le differenti tempistiche quando mi sono innamorata di un ragazzo più giovane...ma si sa, non brillo di certo di lungimiranza!

...che poi, con tutti i soldi che la paghi sta moto, solo due ruote ti danno?

sabato 1 settembre 2012

Una scelta difficile...


Sin dall’inizio, io e il Principe Nero abbiamo sempre condiviso lo stesso sogno: costruirci un futuro insieme.
Il piano per entrambi era questo: trovare un lavoro stabile (leggi “a tempo indeterminato”) che ci permettesse di raggiungere una serie di piccoli traguardi.
In sequenza: accollarci un mutuo trentennale per comprarci una casetta in sasso in periferia, nella quale vivere insieme al fido consigliere canino del P.N.; infilarci un anello al dito; fare figli e magari goderci la vecchiaia insieme coltivando un orticello.
Proprio come nel migliore cartone animato della Pixar.

Per entrambi questi ultimi anni sono stati uno slalom tra contratti a tempo determinato, rinnovi, sospensioni ecc.
A ogni rinnovo di 2, 6 o 12 mesi ci sembrava che il nostro sogno si allontanasse sempre di più. Fino a quando…ecco che mi viene offerto un impiego a tempo indeterminato che mi consentirebbe di abbandonare il lavoro precario che sto svolgendo da due anni a questa parte.
Improvvisamente tutti i sacrifici, tutte le frustrazioni, tutti i bocconi amari che ho/abbiamo mandato giù vengono spazzati via!

Gaudio! Felicità! Capriole! Salti mortali! Evviva, finalmente!
Il giorno dopo mi fiondo in ufficio e alle colleghe più care dico della novità: “Fantastico!” “Accetta subito!” “Sono tanto contenta per te, te lo meriti!”.
E’ a quel punto che realizzo che la mia felicità non è completa: il lavoro che sto facendo ora, anche se da precaria e con poche certezze, mi piace incredibilmente.
Sto a contatto con gente giovane, vengo apprezzata da utenti e superiori, mi trovo molto bene con le colleghe e  mi concede la possibilità di barcamenarmi con lo studio all’università.
Insomma, fare la segretaria in quell’ufficio mi piace proprio!
Certo, le giornate schifose non mancano ma se devo mettere lati positivi e lati negativi sulla bilancia, beh, quelli positivi stravincono!

Il Lavoro, quello a tempo indeterminato, è invece un salto nel buio: finirei per fare cose di cui non mi sono mai occupata prima e che – se proprio devo dirla tutta – al momento manco mi interessano.
Sono perfettamente però cosciente del fatto che quella che mi è stata offerta è “l’opportunità di una vita” e che in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, non è il caso di fare le fighette.
Chi mi vede titubante scambia il mio timore per superbia (“guarda questa che coi tempi che corrono si mette a fare i capricci!”) oppure pensa che il caldo mi abbia squagliato fino all’ultimo neurone.

Mi hanno concesso il mese di agosto per pensarci ma negli ultimi giorni mi sento davvero frastornata: realizzare che “lavoro ideale” e “lavoro sicuro” non coincidono è stata una bella batosta.
Mi chiedo se è giusto abbandonare la passione in favore della sicurezza.

Mi viene da pensare a mia madre, che a 18 anni voleva lavorare in un’agenzia di viaggi e che pochi anni dopo si è trovata a lavorare in un ufficio dove quotidianamente viene insultata la sua intelligenza.
A mio padre che ha incanalato la sua vena artistica facendo l’artigiano.
Penso agli amici precari che quando hanno saputo della notizia mi hanno abbracciata commossi, come se avessero appena assistito ad un miracolo.
Penso al mio Principe Nero, che ogni giorno si spara km di autostrada sperando in un ulteriore rinnovo di contratto e a tutti i progetti che vorremmo realizzare insieme.
Mi chiedo addirittura se sia giusto che una come me si meriti questa gigantesca botta di culo!

Perché ragione e sentimento non possono convivere pacificamente?
Ma soprattutto, perché nella vita è tutto un gigantesco compromesso?
Le persone vivono nella speranza di riuscire a realizzare i propri sogni.
Ci facciamo un film in testa su come dovrebbero andare le cose, poi la realtà stravolge tutto con le sue regole e noi passiamo il tempo raddrizzando il tiro e minimizzando le nostre aspettative.

E dire che dopo quella proposta la casetta in sasso mi sembrava molto più vicina…